Luca Altavilla
Premio Gadda Giovani
Membro del Comitato Nazionale
Vuole fare il sommozz-atore. Giunge alla riva, con maschera e boccaglio, ma l’etimo del sommozzare – il tuffarsi – eliso cade sulla battigia e sincopato l’attore prende altre vie. La sua carriera non può che iniziare con le pinne nell’acqua salmastra della laguna.
A Venezia si forma al Teatro a l’Avogaria, che deve i suoi natali a Giovanni Poli, fondatore di uno dei primi centri universitari teatrali e, con meno fama del suo coetaneo Strehler, vergatore degli avamposti novecenteschi della commedia dell’arte.
Nell’uso della maschera, quindi, si plasma la prima fase della carriera di Luca Altavilla, al seguito di maestri come Bonavera, Merisi, Contin, Iurissevich, con l’ultimo dei quali, compie un salto a ritroso avventurandosi all’interno dell’ipotetica prassi esecutiva della commedia nuova greca (Il misantropo e L’arbitrato di Menandro), tramite la ricostruzione delle maschere coeve, in terra siciliana all’Istituto nazionale di dramma antico e presso l’Università Cattolica di Milano, con la collaborazione scientifica dell’University of Glasgow.
Nel corso del suo divenire attore si dirige anche verso l’arte del narrare grazie alla guida di Paolini, Cederna, Niccolini. Nel frattempo gira l’Italia, e altrove, in compagnie di commedia (Pantakin e ArCo Teatro di cui è fondatore e con la quale è interprete anche ne La Betia di Ruzante).
Approda, in seguito, nelle selve di Milano, al Teatro dell’elfo–Teatridithalia in Morte accidentale di un anarchico di Dario Fo e nel Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare diretti da Elio De Capitani. L’attività migratoria delle tournée si intensifica.
Durante queste scorribande nella nazione, sale sul carro delle produzioni venete, più vicine ai suoi natali, de Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni e di Nina, no far la stupida di Gian Capo e Arturo Rossato.
Partecipa da attore agli allestimenti operistici di Damiano Michieletto (Il trionfo delle belle al festival rossiniano di Pesaro, Li finti filosofi di Spontini al Festival Pergolesi-Spontini di Jesi, La bella e la bestia, un reality-kabarett di Tutino-Di Leva al Teatro comunale di Modena).
Cura l’ideazione e la regia di un trittico dal sapore pasoliniano Meriggio d’arte, Il Friuli e Appunto 21, nel quale si prova anche nella scrittura del testo.
Si spinge – ardite imprese – nell’adattamento e regia delle tre cantiche della Divina Commedia, in annate diverse, della Legenda Maior Sancti Francisci di Bonaventura da Bagnoregio e della vicenda di San Giorgio dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze.
Accolto alla corte di Paolo Poli, dove soggiorna per quattro anni, si prova nell’arte istrionica del travestimento in Sei brillanti – giornaliste novecento e in Sillabari da Goffredo Parise. Alterna, inoltre, attività di pedagogia teatrale, presso scuole di teatro e in gruppi teatrali, ad attività di animazione teatrale in Italia e all’estero, a letture pubbliche e a produzioni video e sonore da attore e non solo.
In questo lasso di tempo – più di un decennio – di professione d’attore, tra le pieghe delle forsennate fughe, termina gli studi laureandosi a Ca’ Foscari in Tecniche artistiche dello spettacolo.
Oggi, rappattumatosi con la prima aspirazione, si è convinto che pure l’arte della scena richiede l’audacia di sciogliere le pinne dalla loro orma sulla battigia per sommozzare in acque libere.
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