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Chair: Federica G. Pedriali

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Gadda Giovani 2011 – Facebook Article

detecting italy, the rehearsals © gp - gadda giovani 2011, milan finals

Gadda Giovani 2011
U
n’esperienza unica di cui essere protagonisti!

by Joshua Giovanni Honeycutt
published 1/12/2011

Avere la possibilità di scrivere un giallo, in uno stile per sua stessa ammissione multilingue, competere a differenti livelli progressivi con altri giovani come te in un ambiente sano e a misura di “pivello”, essere protagonisti del proprio racconto, anche su un palco, vivere per anche solo un giorno il mondo della scrittura professionista e la magica atmosfera del mistero, dell’intrigo e della perversione umana: tutto questo è il Gadda Giovani, un premio alla sua prima edizione in Italia promosso da niente meno che l’Università di Edimburgo.

Sì, avete sentito bene. Gadda, Carlo Emilio al secolo, e Università di Edimburgo, Scozia, se la mia geografia non m’inganna. Sarà segno dei tempi, segno di quel tratto tipico del modernum Italicum mos, cioè quello di non valorizzare la cultura nazionale, ma uno dei più grandi centri di studi gaddiani è a Edimburgo, ripeto, Scozia. Scozia, ripeterlo per me è importante, in Scozia si trova forse IL centro di studi gaddiani, animato dalla Professoressa Federica Pedriali, che cura quel che chiamano The Edinburgh Journal of Gadda Studies. Non son ben informato, ma la facoltà di italianistica lassù deve essere una signora facoltà. Sì, la domanda cui giro attorno è quella che avete in mente anche tutti voi ormai: ma perché non in Italia? Non lo so, ma lo posso immaginare, e sicuramente lo potete fare anche voi.

Fatto sta che questo journal negli anni passati ha promosso un premio nazionale scozzese incentrato su un aspetto particolare della narrativa gaddiana: il genere giallo. Dunque traendo spunto da opere quali Quer pasticciaccio brutto della via Merulana, oppure Accoppiamenti giudiziosi i promotori del premio esortavano giovani scozzesi a scrivere dei gialli ispirandosi a Gadda, un autore italiano, relativamente sconosciuto alla massa degli studenti anche in Italia (ammetto, io non ne avevo sentito parlare prima, e fino a poco tempo fa ero convinto che Gadda era un puro giallista). Italia, Scozia, e non è una partita di pallone.

Ma arriviamo a noi. Com’è che dalla Scozia un gruppo di Italiani pensa di portare, di im-portare, un premio ispirato da un autore italiano, e di farvi partecipare degli studenti italiani, in inglese, oltre che in italiano? No, non erano dei malati, li ho visti in faccia e mi sembravano tutti alquanto sani, e convinti. Questo miscuglio di culture, lingue, intenti è l’essenza di questo premio: l’alterità, l’ambiguità derivante da questo miscuglio sta alla base della buona riuscita di un giallo, come alla buona riuscita del premio. L’alterità, l’ambiguità (in senso positivo ovviamente) rappresenta la sfida che fa scaturire la virtù da questo premio.

Ogni concorrente doveva scrivere un giallo, in forma narrativa (in italiano) e/o una pièce teatrale (in inglese). Il titolo del premio, Detecting Italy, spiega come importante sia stato inserire un riferimento alla propria comunità di appartenenza, alla propria regione, alla propria nazione. Così come Gadda inseriva riferimenti forti ai territori in cui le sue narrazioni erano ambientate, anche noi dovevamo fare ciò: abbiamo dovuto porre sotto la lente d’ingrandimento non solo il nostro caso giudiziario, ma anche il nostro territorio, oltre a noi stessi. Aperto concorrenti provenienti dai territori dell’immaginario gaddiano (Lombardia, Friuli-Venezia Giulia, Centro Italia (Abruzzo, Lazio e Molise) e Sardegna), abbiamo potuto insieme a Gadda dare una forte impronta territoriale al nostro giallo, e agli eventi in generale.

Parlo ora di eventi dunque. Parte importante di questa esperienza sono state le “premiazioni”, regionali e nazionali che fossero. Come denotano quei simpatici segni che ho posto a cornice della parola, dire che questi eventi erano delle semplici premiazioni sarebbe riduttivo. Sono state, specialmente quella nazionale, una via di mezzo tra teatro d’improvvisazione, migliaia di foto, interviste misteriose a alter ego di noi autori, cioè i nostri personaggi, e pura follia della fantasia e della tecnica (meta)teatrale. Sul palco noi autori siamo stati i veri protagonisti dell’azione: le nostre improvvisazioni, i nostri errori, le nostre letture e recitazioni, come le nostre risate, la nostra stanchezza e soddisfazione erano assolutamente sotto i riflettori, a 360 gradi, nulla escluso. Sbagliare una battuta, emozionarsi, era necessario allo svolgimento del tutto. La perfezione non era, e non doveva essere, di casa. In un atmosfera di mistero, di merito, di moderata genialità e innovazione, in un’atmosfera specialmente giovane, ci siamo tutti sentiti vincitori, e alla fine delle giornate, quando arrivava il vero e proprio momento di premiazione la domanda sorgeva spontanea: ma dobbiamo veramente essere divisi in numeri? Deve veramente finire tutto qui?

Ma non è finito lì. Come in tutte le esperienze di un certo tipo le conoscenze che si fanno sono forse la cosa migliore di tutte. La mia non è retorica, anche se discorsi simili spesso lo sono. Conoscere gli organizzatori, che no, non erano dei vecchiardi come pensate, ma specialmente conoscere giovani dalla fervida fantasia, è di stimolo a chi come me sogna, brama di fare cultura per lavoro, cultura che, queste esperienze me ne convincono sempre di più, è più forte della mancanza cronica di denaro a essa dedicata.

Joshua Giovanni Honeycutt

 

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